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LE CROCI TUAREG

I Twareg sono un popolo berbero che abita il centro del Sahara a cavallo di cinque nazioni: Libia, Algeria, Niger, Mali e Burkina Faso, famoso per essere il più indomito dei popoli del deserto, caratterizzato dalle forti tradizioni di appartenenza etnica. Twareg è una parola araba che significa "i senza Dio", per questo essi preferiscono essere chiamati " imazighen" che in berbero significa "uomini liberi".   I Tuareg detti anche “uomini blu” per il caratteristico color indaco dei loro abiti che colora anche la pelle di chi li indossa, erano in passato un popolo nomade la cui economia era basata principalmente sul commercio del sale che era trasportato in barre attraverso il deserto dalla Mauritania fino ai paesi dell’Africa occidentale a dorso di cammello.   Anche  il commercio di schiavi e l’uso degli stessi permettevano a queste fiere tribù di sopravvivere.   Oggi le carestie, la siccità, i trasporti con i camion (ma un cammello percorre 800 Km con 300 Kg sulle gobbe consumando solo 15 Litri di acqua) e l’abolizione della schiavitù hanno costretto questo popolo ad inserirsi nella realtà delle città africane dove alcuni di loro vivono commercializzando i loro prodotti artigianali.  

Il popolo Twareg è suddiviso in 21 tribù (kel) ed ogni tribù ha un territorio di riferimento.   Ogni gruppo ha una croce propria, simbolo storico dai molteplici significati e valenze.   Ogni croce presenta particolari caratteristiche, nel disegno, nelle incisioni, nelle dimensioni.  

Questi simboli hanno differenti valenze e significati che vanno dal sociale e politico, (simbolo di appartenenza) magico, (valenza protettiva dai jnoun o jiin creature soprannaturali che nella leggenda popolare vivono nelle lande desertiche, così come dai kambalthou, uomini-belva) decorativo, (elegante monile di prestigio), esoterico, ( forse reminiscenza storica di un passato cristiano che il popolo berbero presenta come rivalsa all'islam e agli invasori arabi), sessuale (la punta, simbolo maschile, e l’anello, simbolo femminile), astronomico (la rappresentazione della Croce del Sud).  Fra le altre varie ipotesi interessanti, vi è quella che stabilisce un rapporto tra il segno faraonico Ankh da un lato, e il segno mistico-scaramantico Tanit dei Cartaginesi, dall’altro.  

Il segno di Tanit, parrebbe il risultato di un sincretismo africano ancora poco conosciuto e insufficientemente spiegato: non si può escludere che parecchi di quei simboli noti come “segni di Tanit” riproducano in realtà le Ankh, portate da sempre e correntemente dai Cartaginesi.   Altro elemento molto importante e ricorrente sia nella forma di parecchi tipi di croce, sia nella decorazione di quasi tutti i tipi ed è la presenza di elementi triangolari.  La spiegazione probabile è “la paura del malocchio”, essa è diffusa soprattutto tra chi, spostandosi nell’ignoto, come i nomadi e i marinai, teme l’influenza nefasta di forze non conosciute.   In tutto il Mediterraneo, dalle barche siciliane a quelle chioggiotte, dai gozzi liguri e maltesi alle feluche egiziane, ritroviamo la raffigurazione scaramantica dell’occhio.  

Il tipo di raffigurazione più stilizzato è il triangolo, frequente presso i Berberi,  e presente in tutti i monili dei Tuareg dell’Hoggar.   Una precisazione importante, si deve evitare di farsi influenzare dalla parola “croce”, ricorrente sia nel nome della costellazione, sia in quello del gioiello agadesiano, perché sia nell’uno che nell’altro caso, siamo stati noi europei ad usare questo termine, totalmente estraneo alla nomenclatura tuareg.  

 

Diamo ora una descrizione tecnica del gioiello.   La croce è un monile di pregiata fattura inciso a mano, e portato indistintamente da uomini e donne.   Originariamente ognuna di queste croci era costituita da un corpo ovoidale sormontato da un anello, con appendici secondarie diverse per ogni tribù.   Col passare degli anni la ghianda si è appiattita, anche per motivi legati alla facilità di fabbricazione, arrivando alla sua attuale forma.   Croci Tuareg sono in vendita praticamente in tutto il Nord Africa in una varietà di differente pregio, dall’Egitto al Marocco.   Alcune croci, a seconda del paese in cui si trovano, possono venire chiamate in modo diverso: la croce di Iferouane viene anche chiamata Tariselt. quella di Zinder viene anche chiamata Tenelit.  

Tutte sono di metallo battuto e inciso a mano.   L’unica croce che contiene una gemma è quella di In Gall, che racchiude una pietra vetrosa o un’agata di colore rosso.  Il materiale utilizzato in origine era “il metallo del colore della Luna” l’argento puro, anche per la sua valenza magica, ma in molti casi è stato, particolarmente nell’ultimo secolo, usato residui di ogive di proiettili, ferro, lamiera, mai comunque in oro.   I forgérons Tuareg fondono l’argento con piccolissimi forni di carbone di legna di acacia.   Tramite un cannello ed un esperto soffio riescono a far raggiungere la temperatura di fusione per forgiare i loro monili in poco più di 10 minuti.   Dopodiché il pezzo d’argento viene battuto, rifinito con le lime, decorato con il coltello-bulino e con i punzoni, riscaldandolo ogni tanto per renderlo più malleabile e raffreddandolo nella sabbia.   Le decorazioni incise possono essere lasciate brillanti oppure annerite per farle meglio risaltare sul bianco del metallo: un poco di polvere del carbone di legna posata sull’incudine, un po’ di saliva, il pollice del forgéron per patinare la superficie del gioiello, e il gioiello è pronto.   

Delle 21 croci non c’è una sola rappresentazione: ognuna di esse può presentarsi sotto aspetti diversi, a seconda dell’estro dell’artigiano che la forgia.   Infatti diversi tipi di lavorazione possono portare a prodotti notevolmente diversi tra loro, nonostante si tratti della stessa croce.

 

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